Era un freddo sabato di febbraio, ma per fortuna i venticinque gradi sparati all’interno del M.A.O. creavano un microclima interessante. Gianni Forloni osservava dai grandi finestroni le persone all’esterno, imbacuccate nei cappotti e nelle sciarpe dai colori più improbabili. Le guardava con piacevole soddisfazione. Amava il clima tropicale.
Si spostò, camminando sul parquet chiaro dell’ampia sala illuminata dai neon dalla luce fredda.
«Forloni, è lei?»
«Oh! Salve! Guzzani giusto? Del reparto C?»
«Precisamente. Ci siamo incrociati qualche volta alla macchinetta per timbrare il cartellino»
«Vero, vero. Ha perfettamente ragione»
«Anche lei qui, eh?»
«Già»
Quasi in simultanea, i due si dondolarono con il corpo, guardandosi attorno.
«Viene spesso qui, Forloni?»
«Eh?»
«Ma si, qui al M.A.O.»
«Aah! Beh, ma certo! Quasi tutti i fine settimana». Forloni si prese un attimo di pausa per sistemarsi gli occhiali sul naso. «E lei Guzzani?»
«Io? Sicuro, anche io tutti i weekend». Guzzani accomodò la giacca avvolta al braccio magro. «Com’è che non ci siamo mai incrociati, Forloni?»
«Beh», iniziò Gianni per poi fermarsi. Fece una pausa, né troppo breve, né troppo lunga. «Io vengo in orario di apertura, di solito. Oggi è un’eccezione. Lei quando viene?»
«Io in chiusura. Anche per me oggi è un caso particolare»
«Ecco, vede Guzzani. Abbiamo risolto il mistero!». Forloni ruotò leggermente l’orologio di plastica verde che aveva al polso, così che il display digitale incrociasse più facilmente il suo sguardo. Poi volse la testa a sinistra: «Che ne pensa Guzzani?»
Si erano fermati davanti a una grande tela di due metri di larghezza per tre e cinquanta di altezza. Linee geometriche dai colori piatti, caldi e freddi, vi si mischiavano sopra.
«Oh, Beh! È un capolavoro, non c’è dubbio. Non trova?»
«Ma certo, assolutamente».
Osservarono in silenzio la tela per circa quindici secondi. «Guzzani mi aiuti: ho visto tantissime volte questo lavoro, ma proprio proprio non riesco a ricordarmi il suo autore. Mica se lo ricorda?».
Guzzani si sporse leggermente e impercettibilmente verso il cartellino. «Suvvia Forloni, è semplice! Rad…Rod…Rodčenko!»
«Ah! Si, esatto. Si riconosce al volo»
«Da che cosa?».
Silenzio. Poi: «Oh, beh! Beh, sicuramente da come ha messo il colore. Guardi che pennellate – come dire – veloci! E – aspetti – dinamiche, si!». Incrociando le braccia al petto aggiunse con grande sicurezza, «È ovvio»
«Non avrei saputo descriverla meglio», commentò con enfasi l’altro, annuendo vigorosamente.
Ancora silenzio poi, avvicinandosi alla tela, Guzzani chiese «L’opera si chiama? Non ricordo precisamente…». Gianni allungò l’occhio al cartellino e rispose «Untitled #13»
«Esatto, esatto, proprio quello».
Mentre Forloni e Guzzani erano impegnati nel ricordare il titolo della tela, dietro di loro una ragazza dalla divisa grigio topo raccontava con voce monotona a un gruppo di sei anziani occhialuti: «E questo è un lavoro di Rodčenko, esponente della corrente del Costruttivismo Russo. Lo si capisce dal geometrismo compositivo e dalla stesura piatta del colore».
Forloni e Guzzani, ovviamente, non sentirono, impegnati com’erano nel loro personalissimo dialogo.
«Un vero capolavoro»
«Assolutamente»
«Ha visto qualche altra mostra recentemente, Forloni?»
«Ma certo!».
Silenzio. La ragazza intanto allontanava il tono monotono dai due, accompagnata da sdentati «Ma pensa tì che mesté»
«E qual’era, questa mostra?»
«Beh, allora». Forloni attese un attimo; ma non troppo. Continuò «Van Cogh, certamente!»
«Aah, stupenda quella».
Gli occhi di Forloni si spalancarono come due fanali accesi. «Ah, l’ha vista anche lei? E come le è sembrata?».
Guzzani ebbe improvvisamente uno strano attacco di tosse molto rumoroso. «Oh beh! È quasi inspiegabile. Cioè, bellissima, assolutamente. E le opere di Van Cogh. Stupende»
«Tipo quali?».
Guzzani ebbe nuovamente uno strano attacco di tosse. «Ehm, dunque…bhe…assolutamente bellissime…». Silenzio, ma non troppo lungo. «Le sculture, fantastiche!»
«Oh si, d’accordissimo. Van Cogh è uno scultore bravo»
«Fenomenale. La più bella mostra che ho visto da tanto tempo».
Forloni guardò l’orologio verde. «Guzzani, mi spiace ma adesso io scappo. Sa, devo andare a casa a finire un certo progetto…»
«Si, si. Anche io scappo. Pure io ho un progetto da finire»
«Molto bene. Guzzani ci vediamo a lavoro lunedì». Si strinsero la mano come vecchi amici e ognuno andò in una direzione diversa. Forloni non arrivò lontano: guardandosi le spalle di tanto in tanto raggiunse una donna dai capelli rossi leggermente mossi. «Ah, ma ci sei! Si può sapere dov’eri finito? E con chi stavi parlando laggiù?»
«Con un collega».
Il viso della donna, prima pronto a rimproverare, si rasserenò «Oh bene! Appassionato d’arte?»
«Appassionatissimo»
«Ecco Gianni, dovresti uscirci più spesso insieme, senza sprecare i tuoi – nostri – weekend sul divano. Magari ti trasmette un po’ di passione per l’arte!»
«Ma oggi siamo qui, no?».
La donna scostò con un gesto secco un ciuffo di capelli e lo guardò di tralice «Sono ventisei giorni che ti chiedo di portarmi al M.A.O. Potresti farlo più spesso. Magari ritrovi il tuo collega appassionato d’arte».
Forloni guardò nuovamente fuori dal grande finestrone le persone avvolte nei loro giubbotti e cappellini di lana dai colori assurdi. Sbuffò. Un po’ di freddo, ora come ora, lo avrebbe accettato volentieri.
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