L’estrema unzione

«Ve l’ho già detto, fate venire il parroco»
«Ma sono qui caro Ludovico, appena arrivato»
«E che aspettate a entrare?»
«Si certo, adesso penso di entrare». Ma Ludovico riusciva a sentire la voce del sacerdote, attutita dalla porta chiusa, tremare come delle frasche mosse dal vento. “Quel gran vigliacco; maledetto imbecille senza fegato”, pensò cercando di tirarsi su dal letto. Nella stanza illuminata debolmente da una piccola lampada a olio regnava una gran confusione: sporche lenzuola ammucchiate in un angolo facevano da contraltare allo sgabello sgangherato lì vicino. L’armadio turchese con l’anta aperta rigurgitava vestiti piegati alla rinfusa, di fretta. Una luce rossastra filtrava da sotto la porta, e si sentivano voci confabulare agitate e frettolose.
«Allora?», chiese sforzandosi, quasi urlando, Ludovico.
Nessuno rispose alla sua domanda. Impertinenti. «Messer Ludovico, che vi ha detto il dottore?». Ancora più impertinenti nel fare quella domanda così inutile, di cui sapevano già la risposta.
«Cosa volete che mi abbia detto, Don Isepponi? Ho già un piede nella fossa»
«Prego Iddio che così non sia»
«Bravo signor prete, pregate per la buon’anima mia»
«Eeh, suvvia. Non disperate così!»
«Perché non venite a dirmelo in faccia allora?». Silenzio. Ludovico sudava sotto le lenzuola e i radi capelli bianchi stavano appiccicati sulla nuca. La camicia bianca, fradicia, metteva in risalto la vecchia e magra muscolatura. Si era deperito molto in quegli ultimi giorni, riusciva a rendersene conto fra un delirio e l’altro. In quel momento di lucidità, oltre a brontolare come una pentola di fagioli sul fuoco contro il parroco, Ludovico si accorse del lezzo che aleggiava per la stanza. «Buon Dio, qualcuno venga ad aprire queste dannate finestre! L’aria del lago deve tirar via un po’ di questo tanfo. E portate dell’acqua»
«Si padre, fra poco le apriamo», rispose una voce femminile dall’altra stanza.
“Almeno Maddalena è rimasta. Almeno lei”. Ludovico riuscì a mettersi dritto, poggiandosi contro lo schienale del letto a baldacchino. Guardò verso la finestra, ma dalle persiane imbalconate non vide arrivare nessuna luce. Dunque era notte; ma in fondo, che importava? Ormai aveva perso la cognizione del tempo.
Provò a sporgersi verso il fianco destro del letto ma, come fosse stato un pezzo di carta in mezzo a un temporale, subito si accasciò nuovamente, stremato. “Al diavolo!”.
Ludovico era certamente spossato e senza forze, ma il suo spirito non lo aveva ancora abbandonato.
«Allora Don Isepponi, cosa devo fare per avere questa estrema unzione? Pregare Dio mi sembra già sufficiente; non costringetemi a pregare pure voi»
«Ma certo, stavo giusto aprendo la porta»
«Come no. Don Isepponi io devo anche confessarmi. Non vorrete mandare un’anima dal Signore senza assoluzione, vero?»
«Mi offendete Ludovico. Non potrei mai fare una cosa del genere!»
«E allora entrate, forza. E portatemi l’acqua». Non solo era stremato, doveva pure mercanteggiare col parroco.
«La confessione posso farvela anche da qui, non c’è problema Messer Ludovico. Vi ascolto!», disse convinto il sacerdote, pensando che quella fosse un’idea geniale.
«Mi ascoltate, così come mi ascolta la mia intera famiglia! Ma vi pare una cosa sensata rendere così tortuosi i miei ultimi istanti di vita? Bah, almeno abbiate la decenza di mandar via i parenti. Che ricordino il loro vecchio senz’altri peccati».
Si udii un gran parlottare; voci contrarie, isteriche prima, più ragionevoli poi. Infine, il rumore dei passi che picchiavano sul pavimento, sparendo lentamente in lontananza. «Ecco, ora siamo soli Messer Ludovico. In in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, via l’ascolto».
Fra un respiro affannoso e l’altro, Ludovico iniziò a confessare i suoi peccati; peccati veniali a dir la verità. Si era sempre comportato onestamente, vivendo una vita tranquilla e mesta. E allora perché il Signore lo puniva in quel modo, con quella malattia? Questo chiedeva al sacerdote e a sé stesso mentre osservava le lenzuola sudice.
«E poi Don Isepponi c’è un peccato che non posso proprio portarmi dietro». Ludovico sospirò. «Molti, molti anni fa ho tradito la mia Teresa, pace all’anima sua. Eppure quella bellezza, dai capelli d’oro e dal corpo così invitante. Non ho proprio saputo resistergli».
«Satana ci manda molte tentazioni», concluse con solennità Don Isepponi.
«Già; fossero tutte così, e l’uomo avrebbe l’inferno assicurato»
«Messer Ludovico, vi prego! Siete nel bel mezzo di una confessione!»
«Oh! Suvvia prete, dopotutto è l’ultima della mia vita. Non penso che nessuno si offenderà»
«Va bene, va bene», si affrettò a rispondere Don Isepponi. «E allora toglietemi una curiosità: perché proprio questo peccato vi affligge così tanto?»
«Perché? E me lo chiedete pure?», rispose incredulo Ludovico fra un colpo di tosse e l’altro. Brividi di freddo iniziavano a corrergli per tutto il corpo. Proseguì «Pensate se trovassi la mia Teresa in paradiso. Ve la ricordate vero? Ecco, dato che lì, a quanto dicono, non si può mentire, immaginate se venisse a scoprire cosa ho combinato quarant’anni fa! Dovrei sopportare le sue lamentele per l’eternità! No, no. Meglio liberarsi l’anima prima».
Seguì un momento di silenzio. Poi Don Isepponi, emettendo un lungo sospiro chiese «È tutto?»
«Si». Appena in tempo, la vista gli si stava annebbiando e i brividi aumentavano.
«Ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen»
«Quindi volete darmela quest’estrema unzione o no? E l’acqua, ho la gola in fiamme»
«Un momento Messer Ludovico, un momento». Ma Ludovico ormai poteva aspettare ben poco, sentiva l’imminente abbraccio della morte farlo suo. Il respiro divenne difficoltoso, e dalla bocca iniziarono a uscire fischi inquietanti. «Maledetto prete», gridò in un ultimo sforzo «L’unzione!».
Finalmente la porta si spalancò. Una luce vermiglia si sparse per la stanza, mettendo in contrasto la figura del prete che con ampie falcate si dirigeva verso il letto. Don Isepponi aveva compreso che quelli erano davvero gli ultimi istanti di vita di Ludovico; non poteva più tergiversare.
Si avvicinò tenendo con una mano gli olii per l’unzione, mentre con l’altra portava un candido fazzoletto bianco alla bocca. Ludovico vide nello sguardo allarmato del prete la sua misera condizione di malato. “Altro che un piede nella fossa. Stanno già chiudendo la bara”.
Con rapidi gesti Don Isepponi unse la fronte di Ludovico, disse alcune frasi sconnesse e scappò via, richiudendosi la porta alle spalle e rigettando la stanza nell’oscurità.
«Pare che ce l’abbiamo fatta, eh?»
Quello fu l’ultima frase di Ludovico, che dopo poco spirò.

*
“Ad perpetuam rei memoriam”. «A perenne ricordo», ripeté Don Isepponi dopo aver scritto la frase, velocemente, sul registro parrocchiale. Aveva appena seppellito Ludovico e altri funerali da celebrare lo attendevano; ma mentre scriveva quelle semplici frasi che racchiudevano la morte dell’uomo che fu Ludovico rivedeva ancora il suo pallore, gli occhi infossati, la pelle al tatto fredda e quello sguardo indemoniato.
«Dio ti prego», iniziò mentre finiva di compilare in tutta fretta il registro «fa che non capiti anche a me! Chi farebbe in tempo a darmela, l’estrema unzione?»

 

Nota

    Questo racconto prende spunto da una nota datata l’8 agosto 1836, che testimonia la morte di Carlo Ludovico Luzzani di “Cholera Asiatico” nella sua casa di Pognana.

    La nota è stata scritta di tutta fretta dal parroco, tale Don Carlo Luigi Isepponi. Interessante è il fatto che, come premessa dell’atto di morte, scriva “A memoria perpetua”. Evidentemente il trovarsi di fronte a questa malattia, che imperversò a più riprese sul suolo italiano e che uccideva con una rapidità impressionante, deve averlo sconvolto nel profondo!

    Mi sono quindi immaginato gli ultimi momenti di Ludovico, romanzando – com’è giusto che sia – la vicenda.

 

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