Si balla nel 1630

   Matilda si alzò come di consueto, anche quella mattina. Si stopicciò per la stanchezza gli occhi verdi e si incamminò verso l’uscita della stanza. Scavalcò il corpo della madre steso a terra, scosso di tanto in tanto da lunghi, rumorosi e profondi respiri, i cui occhi erano persi nel nulla.
   Matilda arrivò in sala. Un fascio di luce penetrava dalla finestra socchiusa, illuminando la polvere che danzava nell’aria accompagnata da alcuni insetti svolazzanti. Il corpo di suo padre era lì ormai dal giorno prima, anch’esso illuminato in parte, senza vita. Matilda non aveva certo la forza di portarlo fuori.
   La ragazza decise di uscire all’aperto e fu investita dal sole nascente. Si stropicciò ancora gli occhi.
   Anche La Morte si ridestò quella mattina stropicciandosi gli occhi. Era parecchio provata, aveva lavorato molto il giorno precedente. Scuotendo la chioma fluente si rivestì. Sarebbe stata un’altra intensa, stancante giornata; ma piena di soddisfazioni.
   Si incamminò, quasi strisciando, fra le viuzze del paese.
   Viuzze che Matilda solitamente adorava. Vi era cresciuta, in quelle vie, correndo con i suoi amici. Quella mattina però, nonostante il bel sole che cresceva a est non le parvero così invitanti: corpi in differenti fasi di decomposizione si trovavano riversi a terra, alcuni per osservare un’ultima volta il cielo, altri per diventare le strane abitazioni di ratti, insetti e altri animali. Qualcuno riusciva a riconoscerlo: Marta la sarta; Claudio e Walter, gemelli anche nella morte; Maria, quell’arpia; il piccolo Lorenzo, ora più pallido di quanto già non fosse. Alcuni proprio non riusciva a riconoscerli; avevano i corpi troppo devastati.
   Una porta si aprì e si richiuse quasi subito, il tempo di far volare fuori un altro corpo, che si aggiunse a quella purulenta collezione: il vecchio Gianni.
   Matilda solitamente amava le viuzze di Moltrasio. Non quella mattina. Aveva bisogno di aria fresca.
   La Morte, mentre passeggiava allegramente, osservava ammirata il suo lavoro. Vomitando miasmi mortiferi rifletteva: dove poteva spostarsi ancora? Probabilmente più a nord, sempre più su. Accarezzò con un gesto leggero il corpo di un bambino, saggiandone con soddisfazione le forme distorte dai bubboni. Oh, quant’era felice! Quant’era stata brava finora! Continuando a strisciare si diresse verso la sponda del lago; odiava quell’aria così pura, ma qualcuno aveva attirato la sua attenzione.
   Lo specchio verde smeraldo del lago si stagliava davanti a lei, bucherellato da alcuni corpi gonfi e bluastri. Una donna dai capelli biondi veniva trasportata dolcemente dalla corrente. Matilda quasi non vi prestò attenzione; non un pensiero turbò il suo animo. Sospirò.
   Dalla sua destra si avvicinò La Morte, che gli si parò a fianco.
   «Niente urla disperate? Niente pianti ininterrotti?», la apostrofò questa.
   «Ti immaginavo diversa», disse Matilda osservando la candida veste de La Morte. Rossi  capelli le cascavano sul petto.
   «E come mi immaginavi? No, aspetta. Non me lo dire. Scommetto pensavi fossi come negli affreschi delle vostre chiese. Come vedi, sono molto meglio di così!».
Matilda la scrutò un momento con gli occhi verdi e profondi. Anche se non erano minimamente così abissali come quelli de La Morte. «Cosa vuoi da me? Non ti basta quello che hai fatto qui?».
   «Non mi basta mai. Mai». La morte ridacchiò, poi continuò: «Vuoi ballare?».
   «Non sono dell’umore adatto».
   «Come vuoi» fece spallucce La Morte.
   Matilda la guardò; con la veste immacolata che galleggiava sul pelo dell’acqua, nascondendole i piedi, sembrava fluttuasse. Si guardò i suoi, di piedi: piccoli, pieni di calli, e che assecondavano il fondo sassoso e limaccioso del lago. «Perché non muoio?», chiese sussurrando.
   «Oh! Questa sì che è una bella domanda! Vedi, in tutta onestà, proprio non lo so»
   «Come fai a non saperlo? Sei La Morte»
  «Devi credermi, proprio non capisco. Ti racconto com’è andata: prima sono arrivata saltellando; avevo la veste nera. Mi sono insinuata fra le vie del villaggio – che detto fra noi, sono troppo troppo strette. Perché fate le case una così vicina all’altra? – entrando senza bussare nelle vostre abitazioni. Poi, ho aspettato. È stato divertente vedere quanto ci avete messo ad accorgervi del mio arrivo. Come la venuta di un ospite non invitato a un pranzo inebriante, di cui nessuno si è accorto e che si è seduto a tavola: quando qualcuno, infine, nota la sua presenza gli occhi di tutti sono su di lui. Ma ormai si è già servito abbondantemente col cibo della tavola.
   Così ho fatto io: vedere la sofferenza, i bubboni giallastri che si ingrossavano infettando e straziavano le carni, il vomito, le feci. Tutto ciò mi ha riempito di profonda gioia.
Oh! E poi, lo devo ammettere, mi avete dato una gran mano a velocizzare il tutto! Dovevi vedere che spettacolo. Quando a qualcuno vengono diagnosticati i sintomi, non ci sono parentele che tengono: i figli ammazzano i genitori e i genitori ammazzano i figli. La paura che io vada a prenderli è troppo grande.
   Ah! Che sentimento nobile la paura. Libera i vostri istinti più nascosti e crudeli.
   Ma il bello arriva adesso, e lo stai vedendo anche tu! Decomposizione ovunque, una fragranza che allieta le mie giornate. Viscere, carne marcia, orbite vuote e mucchi di putridume in ogni angolo».
   La morte ruotò su sé stessa allargando le braccia. I capelli rossi che svolazzavano.
   «Eppure con te non funziona. Non capisco come mai».
   «Nemmeno io se è per questo».
La Morte si avvicinò a Matilda, e una fredda mano le accarezzò il viso. «Purtroppo non posso fermarmi ancora a lungo, mia cara. Mi devo muovere verso nord, finché mi sento così in forze. Lo capisci vero?». Matilda annuì.
   La Morte la guardò maliziosamente. «Te lo chiedo ancora. Vuoi ballare?»
   Matilda, dopo un attimo di esitazione, annuì lentamente. «Ballerò. Alla fine, ballano tutti».
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Nel 1630 una grande epidemia di peste si abbatté come una scure sulle maggiori città italiane ed europee, falciando migliaia d’individui. La peste che colpisce Milano viene narrata sapientemente dal Manzoni. Nel mio piccolo, ho voluto raccontarla ambientandola in un paesino che si affaccia sulla sponda del lago di Como. Moltrasio è stato colpito duramente in quell’anno, così come molti altri: nel 1578 il paese contava 550 abitanti. Dopo la peste, nel 1632 la popolazione era di sole 177 persone.

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